Cosa devi sapere prima di vendere e come vendere: Ricevuta Occasionale, Royalties, Partita Iva. Webinar con il Commercialista Fabio Micera

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Fabio. Non sarà una lezione questa, perchè l’argomento fiscale è un po’ ostico, tra l’altro neanche troppo simpatico. Parlerò in generale dell’IVA legata al web.

Comincerei però facendo passo precedente, cioè per chi non ha partita IVA.

Vorrei sfatare subito un mito, che è quello delle famose € 5000 annuali per prestazione occasionale. Spesso le persone vengono da me dicendo “Non ho partita IVA, ho fatto delle ricevute ma non ho sforato il limite dei 5000 euro”.

Da cosa deriva questo limite dei 5000 euro, che in realtà nella normativa non c’è, perchè non c’è un vero e proprio limite. Si fa riferimento a questi 5000 euro perchè a livello di INPS, quindi di contributi previdenziali per la propria pensione, è stato fissato questo limite di 5000 euro. Quando si sforano i 5000 euro con le ricevute di prestazione occasionale vi dovete iscrivere all’INPS e cominciare a pagare i contributi. 

Ma a livello fiscale nulla vieta che si possa fare un lavoro, anche singolo, di 6000 euro. Quale può essere la problematica? 

Mettiamo il caso che ci sia un ragazzo iscritto all’Università, Giovanni, che studia ingegneria ed informatica. Tramite passaparola ha avuto contatti con un’azienda che vende scarpe, che vuole creare uno shop online. Lui è bravo a programmare e si accordano per un compenso di 6000 euro una tantum. Giovanni può fare la ricevuta di prestazione occasionale di 6000 euro e va bene così.

Abbiamo il secondo caso che è quello di Sara, che fa la social media manager, che non ha partita iva, vuole lavorare come freelance ma al momento non si sente sicura di aprire la partita iva e quindi fa la ricevute di prestazione occasionale. Si mette in contatto con un’azienda, per scrivere articoli su Facebook, per un compenso mensile di € 400 al mese, a partire da Gennaio.

Quindi, nell’arco dei 12 mesi lei farà ricevute per 4800 euro. Ma qui c’è un problema: poichè parliamo di “ricevute di prestazione occasionale”, in questo caso non lo è, perchè facendo una ricevuta al mese il lavoro diventa continuativo, e per la normativa non va bene.

Secondo la normativa, se si fa un lavoro continuativo, si deve aprire la partita iva.

E’ questo il vero limite della prestazione occasionale. Non tanto il limite dei 5000 euro, quanto il fatto che il lavoro deve essere occasionale e non continuativo e ripetitivo nel tempo.

Manuela. Quindi Fabio, io voglio vendere prodotti digitali o anche fisici, perchè posso vendere entrambe le cose con la ricevuta occasionale, giusto?

Fabio. Allora, per essere ancora più precisi, in realtà se vogliamo fare anche riferimento a quanto troviamo nella dichiarazione dei redditi, in quest’ultima troviamo sia un campo per inserire i ricavi da prestazione occasionale che possono essere servizi, e anche un campo dove ci sono le vendite occasionali. In quest’ultimo caso, come le prestazioni occasionali di servizi, come le consulenze, il limite è dato dall’occasionalità.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, abbiamo un problema se noi, pur avvalendoci di un marketplace, vendiamo con continuità. Il marketplace è solo un canale diverso, un modo diverso per vendere i nostri prodotti, che possono essere digitali o fisici.

Manuela. Fabio, la continuità di cui parli, è data dal fatto di vendere sempre allo stesso cliente o dal vendere mensilmente, anche a diversi clienti?

Fabio. Anche mensilmente, perchè la persona che eroga queste vendite è sempre la stessa., e grazie alle proprie capacità si è organizzata per mettere in piedi una propria attività di tipo imprenditoriale, professionale e non occasionale come nel caso di Giovanni, di cui parlavamo prima, la cui attività non è imprenditoriale perchè vuole prima finire gli studi.

Nel caso di Sara invece non è che ci sia interesse ma piuttosto una insicurezza ad aprirla, cercando di posticiparla perchè ci sono dei costi che non si è sicuri di poter ricoprire ed usa l’escamotage delle vendite occasionali con le ricevute occasionali.

Tra l’altro, anche relativamente ad una persona che chiede “posso fare pubblicità su Facebook”, se fai una pubblicità con diversi post per pubblicizzare la tua attività per vendere, si può andare incontro a controlli della polizia postale sui social.

Daniela. Ma per post su Facebook si intendono normali post o annunci pubblicitari sponsorizzati?

Fabio. Qualsiasi tipo di post perchè questa differenziazione è interna, di tipo tecnico.

Daniela. Ma anche se non c’è il prezzo?

Fabio. Ma io credo che vedrò il prezzo quando mi collegherò alla pagina della persona o del marketplace però.

Daniela. Io metto le mie grafiche o i mockup su post di Facebook e Instagram, dove mostro le grafiche applicate ad un oggetto che non esiste. Anche in quel caso possono venire ad indagare?

Fabio. In quel caso è già una cosa diversa, se si pubblicizza un oggetto che non esiste. Però su Instagram c’è anche l’obbligo di scrivere #ads

Manuela. Intendi quando si fa la sponsorizzata?

Fabio. Sì. E’ successo perchè ci sono stati personaggi che sponsorizzavano e intascavano anche soldi e questo non veniva comunicato all’utente che guardava questi post. Proprio in quel caso, dopo un controllo, sono intervenuti dicendo che bisogna mettere l’hashtag per far capire che si tratta di una vendita. Quindi, anche se non c’è il link ma è un post pubblicitario, bisogna mettere hashtag #ads. 

Se invece si pubblica una grafica su un mockup, un prodotto che quindi in realtà non esiste, si può tranquillamente dire che si stanno pubblicizzando le proprie capacità.

Manuela. Si perchè spesso utilizziamo dei mockup, quindi facendo pattern applichiamo la grafica su un oggetto che non c’è. Anch’io li posto tantissime volte, ma ha soltanto uno scopo visivo.

Fabio. Si, alla fine stai facendo vedere quello che sai fare.

Ritornando al discorso della ricevuta occasionale, se emettere ricevute, ricordate che dovete fare la dichiarazione dei redditi l’anno successivo. Potrebbe, anche in quel caso, arrivare una lettera, 4-5 anni dopo, in cui si avvisa che non sono state pagate delle tasse.

Questo è ancora più vero, cioè si deve fare la dichiarazione dei redditi, se lavori per delle aziende. Se hai emesso delle ricevute di prestazione occasionale per le aziende, avrai notato che viene scorporato un 20% che è la famosa ritenuta d’acconto. Questa è un anticipo delle tasse che dovrai pagare l’anno successivo in dichiarazione dei redditi e che l’azienda tuo cliente paga per te. Come le paga? Scorporandole dal compenso.

Se per esempio con un’azienda hai concordato un compenso di € 5000, potrà versartene 4000 dicendo che le restanti 1000 te le versa lei come ritenute. Quindi, per recuperare questi 1000 euro che l’azienda ha già versato per tuo conto, devi fare la dichiarazione dei redditi, altrimenti puoi perdere questo credito ed è un peccato.

Un’altra cosa che indico e può servire anche per la fatturazione con partita iva, è che per compensi superiori ai 77,47 € sulle ricevute di prestazione occasionale va inserita una marca da bollo di € 2, che si prende in tabaccheria. Attenzione: la data del contrassegno telematico (il bollo) deve essere antecedente o uguale alla data della ricevuta di prestazione occasionale o della fattura. La normativa dice che questi documenti devono nascere col bollo. Non c’è scadenza per le marche da bollo, conviene comprarne una decina e tenerle di scorta.

Francesca. Nell’ottica di aprire una partita iva, qual è la soluzione più conveniente? Perchè la cosa che spaventa di più nell’aprire partita iva sono i contributi. Infatti a fronte di un reddito veramente minimo, che magari non tocca nemmeno i 5000, 6000 euro in un anno, uno rischia di vedersi decurtare – tra acconti e altro – più della metà di quello che ha incassato, che va via in contributi. Quindi, nell’ottica di aprire un’attività che si basi esclusivamente sui servizi e non preveda noleggi, affitti di attrezzature o altro, quale potrebbe essere la scelta migliore?

Fabio. Allora, ci sono due grandi categorie. Una è quella dei freelance professionisti e l’altra è quella dei commercianti e degli artigiani. Tu con la partita iva con gestione separata non ti trovi bene?

Francesca. No, perchè io ho un forfettario con aliquote al 15% e i contributi tra acconti e altro sono abbastanza pesanti, si arriva intorno al 26% circa. La mia situazione è un po’ particolare perchè mi sono trovata ad aprire una partita iva per servizi, però producevo anche degli oggetti che vendevo. Quando ho accumulato una serie di noleggi di macchinari, chiaramente è diventato sconveniente avere quel tipo di partita iva, perchè con quel tipo di regime non scarichi assolutamente nulla. 

Fabio. Ok, per far capire anche le altre persone che non hanno partita iva, i discorsi che stiamo facendo sono due: parliamo di contributi INPS ma anche di tassazione. Francesca si sta riferendo al regime forfettario, che non prevede di scaricare le spese, perché prevede che le tasse si calcolino a forfait sul fatturato. Giustamente Francesca faceva riferimento al fatto che, su 5000 euro io pagherò le tasse sui 5000 interi, e non su 5000-3000 di attrezzature che ho comprato o noleggiato. Quindi io in tasca ho 2000 euro e mi trovo a pagare le tasse su 5000 euro. Purtroppo è così. Molti, al di là della pubblicità che si fa sulla convenienza di certi regimi, io dico sempre che bisogna parlare con il proprio consulente per capire se effettivamente è la scelta giusta per voi. Perchè magari il regime forfettario non ci permette di scaricare costi che voi avete di attrezzature, di servizi, di canoni, o anche per una situazione familiare. Perchè, guardiamo a 360°; per Francesca l’attività lavorativa prevede grandi costi, ma ci può essere anche il caso familiare di una persona che, anche non avendo tanti costi lavorativi, ha per esempio molte spese mediche. Nel regime forfettario, essendo già agevolato, non è possibile nemmeno scaricare le spese mediche. Allora se ho subito un’operazione oppure ho 2000-3000 euro di fatture dal dentista, non potrò scaricarle. Bisogna quindi vedere la situazione personale di ciascuno di noi.

Per rispondere alla tua domanda, il regime contributivo INPS in cui sei tu è anche quello migliore, perché si basa su una percentuale del tuo reddito (25,72%). Ma è più conveniente di quello di commercianti ed artigiani, che devono pagare i contributi a prescindere dal fatturato, cioè pagano circa € 4000 all’anno anche se non hanno guadagnato nulla.

Quindi Francesca se fattura 25 euro, pagherà il 25% di quei 25 euro. Invece, per un commerciante che ha venduto 100 euro di merce , ne paga comunque 4000 all’anno.

Francesca. Quindi mi confermi che il regime forfettario, per iniziare, in una situazione di tranquillità in cui non ci sono troppe spese mediche, o di spostamenti con la macchina, o altre spese da ammortizzare, potrebbe essere la soluzione ottimale?

Fabio. E’ la soluzione ottimale per i freelance che lavorano con il computer e con il cellulare, quindi zero spese, perchè prendere forfettariamente una parte del fatturato fa scaricare virtualmente più spese di quelle che uno ha. Quindi confermo che il regime forfettario va bene per i freelance che offrono servizi e consulenze. 

Daniela infatti chiedeva: se vendo oggetti fisici devo iscrivermi alla partita iva come artigiano/commerciante? Sì, perchè stiamo facendo commercio, a maggior ragione se vendiamo oggetti fisici siamo commercianti, cambia solamente il canale di vendita, cioè invece di essere offline con un negozio fisico siamo online.

Manuela. Però maggior parte delle ragazze sono collegate non ad un proprio negozio online, ma un marketplace.

Fabio. Si, sono diversi canali di vendita. Invece di avere un mio negozio mi posso appoggiare ad un marketplace come può essere Amazon. Amazon è semplicemente un intermediario, lui consegna i pacchi ma la fattura la faccio io che sono il commerciante.

Quindi per rispondere a Daniela, sono un commerciante e mi devo iscrivere alla gestione commercianti di cui parlavo prima, che prevede il pagamento di contributi di 4000 euro all’anno, che sono divise in rate trimestrali di 900 euro.

Ora, tornando al regime forfettario, c’è un ulteriore vantaggio nel regime forfettario per artigiani e commercianti, e cioè si può avere uno sconto del 35% dei contributi, quindi invece di pagare 900 euro ogni trimestre se ne pagano circa 650. Ma con il pro c’è anche un contro: pagando meno contributi state totalizzando meno anzianità contributiva per la pensione. Un commerciante che paga 4000 euro in un anno ha totalizzato un anno, così fino ad arrivare ai 35 anni canonici. Ma se pago di meno non ho totalizzato 12 mesi di anzianità contributiva, ma 9 mesi. Quindi se faccio questo per 35 anni, e alla scadenza vado all’INPS per richiedere la pensione mi sarà detto che non ho pagato per 35 anni ma per 29, e devo ancora lavorare 6-7 anni per avere la pensione.

Può essere anche una strategia fiscale. Si decide, insieme al consulente, di pagare in misura minore per i primi 3-4 anni perchè poi dopo cambierò regime fiscale, pagherò più contributi e riuscirò a creare questo monte per andare in pensione.

Può essere una strategia anche perchè il regime forfettario, che ha regime del 15%, per le startup ne ha invece uno del 5%, quindi si può avere un bel risparmio. Per poi arrivare dopo 5 anni al regime del 15% e poi, quando si superano i 65.000 euro annuali, al regime ordinario (IRPEF a scaglioni: più guadagni, più paghi).

E’ importante pianificare una strategia fiscale, creare un business plan per capire a chi vendere i propri prodotti e cosa vendere.

Purtroppo vedo spesso persone aprire la partita iva con un’idea molto semplice: voglio vendere scarpe. Sfrutto il marketplace, non ho magazzino, non ho costi e quindi apro partita iva. Per esempio su Amazon o su Etsy, voglio vendere scarpe uguali a quelle che fanno tantissime altre persone, quindi è probabile che non le comprerà nessuno. Il mio progetto è quindi fallimentare.

Il consiglio quindi è: perdete un po’ di tempo sulla strategia e sul prodotto che volete vendere. Molti parlano di nicchie, ed in effetti quando ti rivolgi ad un pubblico più selezionato potrai fare marketing mirato.

Quindi, se fate commercio, i 4000 euro annuali ci saranno. Pensate allora a come fare per guadagnare e andare oltre quei 4000 euro per darvi uno stipendio, per il quale bisogna tener conto anche delle tasse. Solo allora comincerete a guadagnare.

Tornando ai costi. Oltre alla tassazione 5% o 15% per la partita iva forfettaria e i 4000 euro se siete artigiani e commercianti, gli altri costi sono quelli legati alla camera di commercio. L’apertura della partita iva non costa nulla, non bisogna pagare nessuna imposta, ma si pagano delle imposte minime di bolli e diritti per inviare la domanda telematica alla Camera di Commercio per registrare la vostra attività nel registro delle imprese. E l’iscrizione annuale al Registro delle imprese costa circa € 53 (dipende anche dalle regioni), a cui poi aggiungere le spese per il commercialista. In linea di massima, avrete quei 4000-4500 euro di costi fissi all’anno di cui dovete tener conto. Dovete arrivare ai 4500 euro e solo dopo riuscirete a guadagnare.

Riguardo i marketplace internazionali, se lavorate all’interno della comunità europea fate in modo di fare l’iscrizione al VIES (sistema di interscambio IVA), che vi dà l’autorizzazione ad avere scambi con altri cittadini all’interno dell’unione europea, mentre il MOS è un archivio i ìn cui vengono inserite tutte le vendite fatte ai privati nell’unione europea.

Manuela. C’era una domanda che diceva “cosa occorre fare per effettuare vendite di elaborati digitali o fisici all’estero avendo partita iva”?

Fabio. Come dicevo, l’iscrizione al VIES. Le aziende americane hanno un sistema di dichiarazione dei redditi, e spesso a loro non interessa che tu faccia fattura o no perchè fanno una autocertificazione. Poichè siamo in Italia, è importante emettere documenti fiscali, fatture. Se trattiamo prodotti fisici, basta avere il cosiddetto registro dei corrispettivi, cioè un elenco di tutte le vendite giornaliere che abbiamo fatto. Ii prodotti digitali vengono visti come servizi, per cui ci si deve rifare alla normativa per i servizi che prevede che questi siano sempre fatturati. Quindi se vendete prodotti digitali o infoprodotti dovrete produrre anche delle fatture.

Manuela. Quando però noi vendiamo prodotti digitali o fisici li vendiamo attraverso royalties nei marketplace. Anche su Amazon per esempio, vendiamo quaderni, cioè noi carichiamo una grafica su un prodotto che produce Amazon. Noi non stiamo producendo ancora nulla di nostro.

Fabio. Hai fatto bene a dirlo perchè questo apre uno spiraglio, è una questione che cambia molte cose. E’ un’altra cosa ancora. Voi vendete il diritto all’uso di un vostro pattern o disegno su dei beni fisici che saranno prodotti dal marketplace. Rifacciamoci alla normativa fiscale sulla dichiarazione dei redditi. Sulla dichiarazione dei redditi, così come c’è il campo per le ricevute di prestazione occasionale, c’è anche il campo sui diritti di ingegno. Quindi se voi rientrate in quest’ambito e il marketplace vi dà anche una certificazione (W8 per esempio negli Stati Uniti), è stato certificato che voi avete avuto dei diritti di ingegno. Se ho questa dichiarazione, a maggior ragione la vado a mettere nel campo apposito della dichiarazione dei redditi, quindi sto a posto.

C’è anche un vantaggio sulle royalties: la normativa prevede solo la tassazione solo sul 75% degli introiti, quindi alla fine c’è anche un vantaggio fiscale.

Manuela. Quindi lavorando con royalties non devo aprire partita iva, giusto?

Fabio. Si, in particolare se parlo di diritti di ingegno.

Manuela. Posso quindi non aprire partita iva indipendentemente dal guadagno?

Fabio. Attenzione però. Se tu fai la disegnatrice, ti sei registrata con codice attività come disegnatrice. Fatturi, però allo stesso tempo dai i tuoi disegni ad un marketplace estero. Se gli introiti con le royalties sono superiori a quanto fatturi con la partita iva, l’Agenzia delle entrate ti dirà che non puoi stare più nel regime forfettario.

Francesca. Quindi lavorando sui marketplace, potrei anche non aprirla la partita iva e lavorare solo con le royalties?

Fabio. Sì, perchè se state solo concedendo i vostri diritti d’ingegno. Effettivamente non ho stampato io i libri, ho solo concesso in uso il mio romanzo, il mio scritto, le mie foto. Quindi sì, lo posso confermare.

Domanda. Io ho la partita iva, la mia consulente mi dice che devo chiedere al comune e fare una trafila lunghissima per avere l’autorizzazione.

Fabio. Questa è un’altra cosa. La quarta opzione, se voglio aprire un mio e-commerce personale sul mio portale, è richiedere – oltre la partita iva all’agenzia delle entrate, iscrizione INPS e iscrizione alla camera di commercio- si deve fare anche la dichiarazione al comune dove avrà sede la mia attività. 

Manuela. E se invece sul mio sito ho un ecommerce e vendo prodotti fisici che però non ho io fisicamente, ma li ordino tramite un servizio esterno che mi permette di stampare le mie grafiche e poi loro spediscono al cliente, il tutto però acquistando dal mio sito, come funziona? Devo fare anch’io questa trafila?

Fabio. E’ ancora un altro canale di vendita, di chiama Drop-Shipping. Il fornitore che produce il bene consegna direttamente all’utente finale che si è interfacciato con il mio shop. Ma sono sempre io il commerciante in realtà, la persona ha acquistato dal mio sito ed ha messo il prodotto nel mio carrello e quindi la transazione l’ho gestita io. Quindi anche in Drop-shipping si deve fare la segnalazione di inizio attività al proprio comune. Nel campo in cui segnalare dove si trova il bene fisico si utilizzerà una nota in cui si specifica di usare la modalità drop-shipping e saranno i nostri fornitori a consegnare ai clienti.

Il drop-shipping porta un grande vantaggio perchè tutto quello che sono le gestioni e le autorizzazioni di un magazzino vengono ribaltate al mio fornitore.

Francesca. Se il link su Instagram porta ad un prodotto digitale, automaticamente dovrei aprire la partita iva?

Manuela. Fabio, però ricorda sempre che parliamo di royalties, perchè i negozi di cui parliamo sono i marketplace da cui prendiamo le royalties. Quindi in questo caso non ci vuole la partita iva?

Fabio. Mi incuriosisce la foto di Instagram, cosa mostra?

Manuela. Ti faccio un esempio. Un cuscino con stampato su un pattern, un nostro disegno, il cui link porta ad una piattaforma tipo Redbubble o Society6. Questi ti fanno caricare la grafica sul sito e tu compri da loro il cuscino. Il link che usi sui social portano ad un tuo shop su quel marketplace, un cliente potrà andare a comprare quel cuscino, loro lo spediscono direttamente al cliente.

Fabio. Ok, è un drop-shipping in cui non siamo noi commercianti ma è il marketplace che permette il pagamento, la transazione, raccoglie i dati del cliente. 

Manuela. Si, le transazioni avvengono lì, come anche le spedizioni. E il link da Instagram porta a quel marketplace.

Fabio. Sì, anche se in realtà siamo noi a sapere queste cose, magari però è difficile trasferirle al funzionario che sta ancora al codice attività, che magari ti chiede di vedere le vendite e le vendite non sono 500 euro all’anno ma sono 15.000, 20.000 euro…

Manuela. Ci vuole un po’ ad arrivarci…però si può iniziare così

Fabio. Quindi per le royalties da marketplace c’è proprio la sezione, sulla dichiarazione dei redditi, di royalties relative ai diritti d’ingegno.

Domanda. Se vendo attraverso un marketplace che fa da intermediario con un sito, questo sito emette la CU (Certificazione Unica) con ritenuta d’acconto o ci dobbiamo arrangiare noi dichiarando il lordo?

Fabio. Questo si ricollega al discorso che facevamo prima. Magari vendiamo attraverso un marketplace che non ci dà nulla, siamo noi a dover scaricare l’estratto conto delle royalties che prendiamo ogni tanto. Per capire come “certificare” questi introiti, allora ti dico che dovresti fare tu la fattura o la ricevuta. Non tutte le aziende estere ti danno la CU dei compensi che ti hanno erogato, allora in quel caso siamo noi che dobbiamo autocertificare con la Ricevuta di Prestazione occasionale nella dichiarazione dei redditi o fatturando se si ha la partita iva.

Manuela. La certificazione la fanno Creative Market ed Envato, mi pare che siano le uniche due che la fanno?

Fabio. Sono le uniche due, in più Envato Americana vuole che si compili il modello W8 per fare in modo che le royalties non vengano già tassate in America. Se hai partita iva dichiarerai che sarai tu a pagare quelle tasse in Italia.

Domanda. Se si vende qualsiasi oggetto fisico, è obbligatorio iscriversi alla Partita Iva come artigiano-commerciante, cioè se non si vendono solo servizi?

Fabio. In realtà sono un po’ diverse le due cose. L’artigiano, come il calzolaio, è quello che produce manualmente una scarpa e la vende. Il commerciante è quello che vende la scarpa già fatta e la vende nel suo negozio. Riguardo l’INPS, tutti e due pagheranno sempre i 4000 euro all’anno. Nel campo digitale, ormai il lavoro degli imprenditori digitali – come un programmatore software – è considerato un lavoro artigiano, perchè un programmatore software come strumento usa il computer e produce un bene immateriale usando i propri strumenti. Quindi il suo lavoro è equiparato al lavoro artigiano.

Domanda. Chi ha già un impiego part-time deve pagare i contributi se apre il forfettario?

Fabio. Sì. Possono chiedere l’esclusione dal pagamento dei contributi INPS solo chi lavora full-time. Si può fare richiesta all’apertura della partita iva specificando di essere dipendente full-time dell’azienda x. 

Domanda. In caso di vendite zero, i contributi e le spese ci sono comunque?

Fabio. In caso di artigiani e commercianti sì, sempre con i 4000 euro annuali.

Per i freelance che erogano servizi invece no, perchè sono iscritti alla gestione separata e il pagamento va a percentuale. Quindi, se il guadagno è zero, la percentuale sarà zero.

Daniela. Quindi chi ha un contratto full-time può aprire partita iva?

Fabio. Dipende; se è funzionario pubblico, per esempio insegnante di scuola, dovrebbe chiedere l’autorizzazione al dirigente scolastico.

Gli altri impiegati full-time possono aprirla.

Domanda. Spoonflower è come Amazon?

Fabio. Sì, se il meccanismo è lo stesso (sì, lo è: Spoonflower emette anche il certificato W8) e parliamo sempre di opere d’ingegno.

Domanda. Oltre ad Amazon, con chi altri non dobbiamo aprire partita iva?

Fabio. Sempre con i marketplace con royalties.

Domanda. Se le royalties appartengono ad un codice ateco diverso dalla mia partita iva, le posso tranquillamente dichiarare come royalties anche se si tratta di cifre importanti?

Fabio. Sì, perchè non c’è collegamento. Se un programmatore scrive ad esempio un libro di poesie, sono due codici attività diversi.

Domanda. Vendendo con royalties, posso pubblicizzare i miei prodotti vendendoli sulle piattaforme? Non parlo di pubblicità a pagamento ma soltanto di post.

Fabio. Direi di sì, anche se c’è un problema che anche a me ha creato un po’ di dubbi, perchè voi parlate sempre di prodotti. Il termine prodotto mi fa venire in mente qualcosa che, se non è una maglietta, può essere anche un e-book.

Quando pubblicate una tazza o qualunque altra cosa lo dovete fare indicando che il vostro è il disegno, e non la tazza che viene prodotta da terzi. Questo deve essere molto chiaro. Non bisogna creare confusione perchè se io vedo una tazza e un cuscino con un link che mi porta ad un marketplace, potrei chiedere – chi me la sta vendendo?

Manuela. Però io posso anche avere uno shop su quel marketplace.

Fabio. Così siamo commercianti. Chi decide il prezzo di vendita?

Manuela. Se io carico la mia grafica e il marketplace mi da un prezzo di base, io posso decidere quanto deve essere la mia royalty. Se una tazza costa 10 e io voglio che la mia royalty sia 5, allora la tazza costerà 15.

Fabio. Siamo un po’ nel far-west! Un codice ateco preciso per queste cose non esiste.

Domanda. Se lavoro sotto un’azienda e voglio aprire partita-iva, devo dichiarare all’azienda dell’apertura di questa partita iva? E come funziona per le tasse?

Fabio. Sì, anche perchè bisogna vedere se non si fa concorrenza all’azienda, perchè a volte ci sono patti di non concorrenza che possono anche essere non espliciti.

Manuela. Quindi parliamo di patto di non concorrenza per evitare che tu faccia lo stesso lavoro che stai svolgendo in azienda?

Domanda. Se un funzionario pubblico guadagna esternamente royalties deve comunque chiedere permessi? Come l’insegnante al dirigente scolastico?

Fabio. No, non ha partita iva, quindi no. Anche se, per stare più tranquilli si potrebbe comunque comunicare.

Domanda. Chi lavora per una SCARL rientra in quella definizione di funzionario 

Pubblico?

Fabio. Bisognerebbe vedere lo statuto. Cosa fa la scarl?

Domanda. Quindi per i quaderni su Amazon serve partita iva?

Fabio. No, visto che parliamo di royalties e se parliamo sempre di concedere i disegni e poi tutta la fase di produzione e commercializzazione la fa il marketplace, sì.

Non ricordi se Amazon da una certificazione? (nel video dico che non mi sembra, poi abbiamo controllato e c’è un tipo di certificazione che viene rilasciata a marzo dell’anno seguente quello delle vendite effettuate, il modulo 1042-S).

Domanda. LA questione dei codici ateco non è chiarissima, da quello che so c’è un codice per il commercio online. A quel punto posso vendere qualsiasi cosa con quel codice? Prodotti digitali o fisici, senza essere collegati ad un altro codice ateco?

Fabio. Sì, esiste un codice per il commercio via internet, quindi un codice che è molto generico, ma bisogna sempre fare iscrizione alla Camera di Commercio e al comune. Quando si farà l’iscrizione alla camera di commercio vorranno sapere qual è il prodotto che noi vendiamo. Quindi il codice sarà generico, ma nella dichiarazione di inizio attività io dirò al comune e alla Camera di commercio cosa venderò. Se si vogliono aggiungere altri prodotti proprio diversi, bisogna fare un invio telematico ed aggiungere altri codici attività.

Domanda. Come giustificare fiscalmente eventuali proventi che derivano da un’affiliazione se non si ha partita iva?

Fabio. O come vendite occasionali o prestazioni occasionali, quindi ricorrendo alle ricevute.

Domanda. Se si deve aprire partita iva pur avendo lavoro primario a tempo indeterminato part-time bisogna versare ulteriori contributi?

Fabio. Si, anzi, aggiungo un’altra cosa. Le grandi categorie di differenziazione sono 3: lavoratori dipendenti, artigiani e commercianti iscritti alla camera di commercio e poi i freelance (lavoratori autonomi) iscritti alla gestione separata. Nel caso noi siamo lavoratori autonomi con la gestione separata, se siamo lavoratori dipendenti possiamo avere uno sconto, pagando i contributi ridotti.

Domanda: Occorre dichiarare nel 730 i guadagni ottenuti da queste piattaforme?

Fabio. Sì, il modello 730 è quello classico che fanno i lavoratori dipendenti. Il 730 però è molto meno completo del modello UNICO, perciò laddove dobbiamo inserire altri introiti dobbiamo ricorrere al modello UNICO. Però generalmente sì, se sono lavoratore dipendente faccio il 730 e ci aggiungo quei redditi. Ovviamente quei redditi si sommeranno ai redditi da lavoratore dipendente e può capitare che dovrò pagare più tasse rispetto a quelle che mi hanno trattenuto sullo stipendio, perchè cumulandola sarò andato su un regime IRPEF maggiore.

Domanda. Le piattaforme americane chiedono partita iva europea o estera. Come faccio ad ottenerla? 

Fabio. Il VIES è un’autorizzazione ad operare con la propria partita iva italiana. Il caso di cui stiamo parlando è quello in cui si vendono beni fisici in paesi terzi e si superano dei determinati livelli di reddito. Per esempio nella maggior parte dei paesi il limite di incassi è 35.000 euro, mentre in Germania è 100.000. Se, vendendo per esempio in Germania, superiamo la soglia di incassi, allora dobbiamo richiedere una partita iva tedesca. Sembra che a breve questo limite verrà unificato per tutti i paesi europei ed abbassato a € 10.000. Questo vuol dire che se, nelle vendite verso la Francia, superiamo il limite di € 10.000, dovremo aprire una partita iva francese (rappresentanza fiscale).

Domanda. E’ consigliabile avere partita iva per vendere su Etsy o Shopify e quale tra i due è migliore?

Fabio. Qual è migliore da che punto di vista? Dal punto di vista fiscale non cambia nulla. Se Etsy non dà la certificazione dobbiamo noi emettere i documenti fiscali per certificare gli introiti che provengono da questi marketplace. Possono cambiare da un punto di vista operativo ma questo dipende dall’utilizzo che ne facciamo.

Domanda. Qualche notizia per il copyright?

Fabio. Sì, per il copyright si fa domanda alla Camera di commercio della registrazione del proprio marchio. L’autorizzazione la fanno delle società specializzate o degli avvocati, e si fa la domanda di registrazione per marchio o segno grafico e si pagano delle imposte di registro che non sono proprio bassissime soprattutto per registrare il marchio a livello internazionale, perchè ci sono due registri, uno europeo ed uno internazionale. I costi dovrebbero essere dai 700 ai 1000 euro.

Manuela. Nel caso di molteplici disegni si paga 700 euro per ogni disegno?

Fabio. Sì. Però per quelle internazionali. Per quello italiano dovrebbe essere intorno ai 180 euro.

Manuela. Sicuro? Perchè ricordo di aver visto su un sito di registrazione marchi italiano che c’era la possibilità di caricare pacchetti di grafiche per pagarle tutte insieme.

Nota. Mi sono ricordata di aver letto questa possibilità non su sito italiano, ma estero. Sembra che su sito statunitense per registrazione di marchi sia possibile caricare pacchetti da poter registrare. Prendetelo però con le pinze perchè bisogna andare a controllare e accertarsene.

Fabio. Penso si riferiscano al fatto che essendo imposte di registro della domanda, sarebbero in forma unitaria. 

Domanda. Ritornando alla prestazione occasionale, possiamo usarla nel caso di vendita di licenza per prodotti fisici?

Manuela. Questa è una cosa che io faccio spesso con alcuni clienti, vendo le licenze, anche se il prodotto è digitale, vendo le licenze d’uso.

Fabio. Ok, stai concedendo direttamente il diritto d’uso (royalty) direttamente al cliente senza passare per il marketplace. Questa rientra sempre nella royalty, in cui c’è un contratto d’uso.

Domanda. La fatturazione bisogna farla elettronica o no?

Fabio. In regime forfettario non c’è obbligo di fatturazione elettronica.

Domanda: Posso usare una APS al posto della partita iva?

Fabio. Associazione a promozione sociale è senza scopo di lucro, quindi non può fare commercio.

Domanda. La ricevuta di prestazione occasionale come si fa a farla per un marketplace? In teoria è una vendita continuativa e non saltuaria

Fabio. Sì, se il discorso non è legato alle royalties, è un’attività continuativa.

Domanda. E quindi come mi viene pagata l’acquisto di licenza da un’azienda? Con royalty o con prestazione occasionale?

Fabio. Si può stabilire un contratto in cui si parla esplicitamente di concessione di diritto d’uso del mio disegno. In questo caso riceviamo una royalty, quindi non dobbiamo fare ricevuta ma inserire gli introiti nel riquadro dedicato ai diritti d’ingegno nella dichiarazione dei redditi.

Domanda. A chi ci possiamo affidare per fare domande, per trovare una persona preparata come te?

FAbio. Di solito al commercialista 🙂

Manuela. Fabio ma puoi anche dire che lavori online e che tutti i tuoi clienti sono freelance :), quindi possono rivolgersi anche a te.